THE BHAGAVAD-GITA
Nell'Upanisad che si intitola Bhagavad Gita,
libro di interpretazione filosofica
e concernente la realizzazione yogica,
nel dialogo fra Sri Krisna e Arjuna
è questo il primo capitolo intolato
"Angoscia di Arjuna"
Translated by: Lord Xoloth, in year 2005
Capitolo
primo
Esitazione e angoscia di Arjuna
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La domanda
Dhrtarastra disse:
(1) Nel campo
(dell'adempimento) della giustizia, nel campo dei Kuru, quando si furon
messi di fronte, desiderosi di lotta, la mia gente da un lato, i Panduidi
dall'altro, che cosa fecero essi, o Samjaya?
I due eserciti
Samjaya disse:
(2) Ordunque, avendo
visto allora Duryodhana, il re, l'esercito dei Panduidi disposto in
ordine di battaglia, accostatosi al maestro (gli) tenne questo discorso:
(3) Guarda, o
maestro, questo possente esercito dei figli di Pandu raccolto dal tuo
sapiente discepolo, il figlio di Drupada.
(4) Quaggiù (ci sono)
eroi, grandi arcieri, pari in battaglia a Bhima e ad Arjuna (e
cioè vi sono) i Yuyudhana, Virata e Drupada il valente
guerriero.
(5) Dhrstaketu,
Cekitana e il valoroso re di Kasi, Purujit e Kuntibhoja
e Saibya, eroe fra gli uomini.
(6) Yudhamanyu
il forte ed Uttamauja il prode; e inoltre il figlio di Subhadra e
i figli di Draupadi, grandi guerrieri tutti.
(7) Coloro che fra noi si trovano ad essere particolarmente
distinti, i capi del mio esercito, quelli impara a conoscere, o migliore fra i
due volte nati. Costoro per tua conoscenza io ti menzionerò per nome.
(8) Tu, o Signore, e Bhisma
e Karna e Krpa vittorioso in battaglia, Asvatthaman e Vikarna
ed anche il figlio di Somadatta.
(9) E molti altri
eroi, che per me son pronti a rinunciare alla vita, che sanno combattere con armi di vario genere, tutti
esperti nel guerreggiare.
(10) Ingente è questo
nostro esercito, del quale sta Bhisma a presidio mentre codesto loro
esercito, retto da Bhima, non è poderoso.
(11) E (dunque) su
tutti i punti del fronte, ciascuno secondo il posto (che gli compete), saldi restando, voi tutti lottate in
favore di Bhisma.
Il suono dei corni
(12) Per far sorgere
ardente il desiderio di Duryodhana (di combattere) il vecchio kuruide, l'avo valoroso, ruggì come un leone con
voce poderosa. Pieno di ardore dette fiato alla tromba.
(13) Allora conchiglie e grancasse, tamburi e timpani e corni d'un
tratto si cominciò a battere e ne nacque un rumore fragoroso.
(14) Allora stando
sul grande carro aggiogato ai bianchi cavalli, Madhava e il Panduide (Krsna
ed Arjuna) dettero fiato alle loro divine conchiglie.
(15) Krsna
soffiò nel suo Pancajanya ed Arjuna nel suo Devadatta e Bhima,
l'eroe dalle spaventose imprese e dal ventre di lupo (dal grande appetito),
dette fiato alla sua grande conchiglia, Paundra.
(16) Il re Yudhisthira,
figlio di Kuntì, dette fiato al suo Anantavijaya e Nakula
e Sahadeva soffiarono in Sughosa e Manipuspaka.
(17) E il re di Kasi,
sommo fra gli arcieri, e Sikhandin dal grande carro, Dhrstadyumna
e Virata e Satyaki, l'invitto,
(18) Drupada e
i figli di Draupadi tutti insieme, o Signore della terra, e il figlio di
Subhadra dalle forti braccia dettero fiato alle loro conchiglie da tutti i lati.
(19) Il fragore
frastornante che faceva rimbombare il cielo e la terra,
lacerò i cuori dei figli di Dhrtarastra. Arjuna guarda i due
eserciti.
(20) Allora il
panduide (Arjuna) che
aveva per insegna la scimmia Hanuman, dopo che ebbe visto i figli di Dhrtarastra disposti
in ordine di battaglia, e avendo inizio lo scontro delle armi, alzando l'arco,
(21) O Signore della
terra, questo discorso rivolse a Hrsikesa (Krsna): o Acyuta
(Krsna), fa che il
mio carro si trovi a stare fra i due eserciti;
(22) in modo che io osservi gli uomini che qui si ergono desiderosi di battaglia, (e) che devono combattere con me nell'agone di questa battaglia;
(23) in modo che io possa guardare costoro che son desiderosi di combattere, e che sono qui raccolti, pronti a compiere in battaglia
il volere del figlio di Dhrtarastra dall'animo perverso.
(24) Così, o Bharata
(Dhrtarastra) essendo stata rivolta la parola da Gudakesa (Arjuna),
Hrsikesa (Krsna) avendo arrestato fra i due eserciti il migliore
dei carri,
(25) di fronte a Bhisma,
Drona e a tutti quei signori di terre, disse: "Considera, o Partha
(Arjuna), questi Kuru raccolti (in questo luogo)".
(26) Allora Partha
vide che stavano là padri e nonni, maestri, zii,
fratelli, figli, nipoti e compagni anche,
(27) ed anche suoceri e amici nell'uno e nell'altro esercito. E
dopo che il figlio di Kuntì (Arjuna)
ebbe visto tutti quei parenti così disposti in ordine di battaglia,
(28) in preda a (un
sentimento di) grande compassione, fece, turbato, questo discorso: O Krsna,
vedendo la mia propria gente piena d'ardore guerresco e disposta in ordine di
battaglia,
(29) le mie membra
vengono meno e la bocca (mi) diventa secca e un tremito nel corpo mi si produce
e così il rizzarsi dei capelli;
(30) (l'arco) Gandiva
mi sfugge di mano e la pelle tutta mi arde; non riesco a stare in piedi; la mia
mente vacilla.
(31) E vedo segni
contrari di augurio, o Kesava (Krsna), né posso prevedere alcunché di meglio, se uccido la mia gente in battaglia.
(32) Io non aspiro
alla vittoria, o Krsna, né a un regno né ai piaceri. A che ci serve mai un regno, o Govinda (Krsna),
a che i piaceri, a che la vita stessa?
(33) Coloro proprio
per i quali noi desideriamo regni, godimenti e piaceri, questi appunto stanno
in battaglia, rinunciando alla vita e alle ricchezze,
(34) maestri, padri,
figli e nonni anche, zii e suoceri, nipoti e cognati ed altri
parenti.
(35) Costoro io non
desidero uccidere, o Madhusudana pur se essi
uccidono me; e (questo) nemmeno per (avere) il triplice regno; che cosa (dire) mai dunque (se non che non lo farei mai) per amore del dominio sulla terra
(tanto inferiore)?
(36) Dopo aver ucciso
i figli di Dhrtarastra, o Krsna, quale piacere potremmo mai
avere, o Janardana? Il peccato soltanto potrebbe attaccarsi a noi, dopo che avessimo ucciso costoro, anche se essi son uomini disposti al male.
(37) Non è cosa degna
che noi uccidiamo, quindi, i figli di Dhrtarastra,
nostri parenti; in verità, come potremmo essere felici, dopo aver ucciso la
nostra gente, o Madhava?
(38) Anche se costoro, i cui animi sono dominati
dall'ingordigia, non riescono a vedere alcun male nel fatto che una famiglia sia distrutta e (non riescono a
vedere) alcuna colpa nel fatto di tradire le persone care;
(39) come non
dovremmo aver noi la coscienza di doverci tener lontani da codesta colpa, noi che ben vediamo il male che è nella distruzione delle famiglie, o janardana?
(40) Quando una
famiglia va in rovina, le antichissime sue leggi (nel senso concreto delle virtú che ad esse si riferiscono) periscono; e quando la
legge è perita, l'ingiustizia sottomette a sé, per conseguenza, la famiglia
tutta intera.
(41) E quando è
l'ingiustizia quella che
predomina, o Krsna, le donne della stirpe diventano corrotte e quando le
donne son diventate corrotte, si determina la confusione delle caste.
(42) E questa
confusione vale l'inferno per coloro che hanno distrutto la famiglia e per la famiglia
stessa; e (vi) cadono anche gli
spiriti dei loro antenati, che si trovano ad essere privi delle offerte di riso e
di acqua.
(43) Per quei
misfatti, apportatori di confusione castale, (che son opera) di coloro che distruggono (così) la propria gente, vanno in
malora le leggi della nascita e della famiglia, che durano da tempo immemorabile.
(44) E noi abbiamo
appreso dalle nostre tradizioni, o Janardana, che eternamente dovranno vivere nell'inferno gli uomini
delle famiglie, le cui leggi sono state mandate in malora.
(45) Ohimé, un grande
peccato ci siamo noi decisi a commettere, per il fatto di trovarci si pronti ad
uccidere la gente nostra per la brama dei piaceri che il regno può dare!
(46) (Davvero)
preferirei se i figli di Dhrtarastra, con le armi in pugno, mi
uccidessero, nella battaglia, senza che io opponessi loro resistenza, senza che io avessi armi, nemmeno!
(47) Così Arjuna
avendo parlato sul campo di battaglia si accasciò a sedere nel carro, (via da
sé) gettando l'arco e (la scorta del) le frecce, con l'animo angosciato.
Capitolo secondo
Teoria Samkhya e Pratica Yoga
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Krsna rimprovera Arjuna e lo
esorta a comportarsi da valoroso
Samjaya disse:
(1) A lui che era così preso dal suo sentimento di pietà (e) i
cui occhi erano pieni davvero di lacrime e che era affranto, Madhusudana rivolse queste parole:
Il Signore Beato
disse:
(2) Da dove ti si è
fatta d'accosto questa (tua) debolezza in (questo) momento di difficoltà? Essa
tale è, che non se ne compiacerebbero gli uomini
d'onore, tale da non condurre al cielo; ed è causa di disonore (sulla terra), o
Arjuna.
(3) No, non cedere a
questo tuo vile sentimento, o Partha, che esso non ti si conviene; cacciando la meschina debolezza d'animo, sorgi, o distruttore dei
nemici.
I dubbi di Arjuna rimangono
irrisolti
Arjuna disse:
(4) Come potrò, io,
combattere sul campo di battaglia, con le frecce, Bhisma e Drona
ambedue degni di rispetto, oh Madhusudana (uccisore di Madhu),
oh Arisudana (uccisor dei nemici)?
(5) Meglio è mangiare
il cibo del mendico, pur esso, in questo mondo qui, che uccidere questi venerandi maestri; con l'uccidere
essi che sono i miei maestri, anche se sono bramosi di guadagno, godrei piaceri macchiati di sangue.
(6) E nemmeno questo
sappiamo, quale delle due cose sia per noi migliore, che li vinciamo noi, o che essi ci vincano. I figli di Dhrtarastra,
dopo aver ucciso i quali noi non avremo più desiderio di vivere, sono là, schierati in ordine di battaglia, faccia a faccia
davanti a noi.
(7) Il (mio) proprio
essere è preda dello smarrimento per questa mia colpa della compassione. Poiché la mente mi si confonde a proposito di quel che è, il mio proprio dovere, io ti domando: dimmi con
certezza quale sia il meglio. lo sono il tuo discepolo; istruisci me, che in te cerco rifugio.
(8) Davvero non vedo che cosa possa allontanare da me questa angoscia che priva di ogni forza i miei sensi; (non ci
potrebb'essere cosa alcuna capace di tanto) neppure se io raggiungessi sulla
terra un ricco regno di incontrastabile potenza o avessi pur anche l'assoluto dominio degli esseri celesti.
Samjaya disse:
(9) Gudakesa,
l'uccisore dei nemici, avendo così parlato a Hrsikesa, (e) dopo aver
detto a Govinda "non combatterò" se ne stette in silenzio.
(10) (E) a lui (così)
smarrito, in mezzo ai due eserciti, o Bharata, Hrsikesa, come
sorridendo, rivolse questo discorso:
La distinzione fra il Sé e il
Corpo:
non dobbiamo affliggerci per ciò che non può perire
Il Signore Beato
disse:
(11) Per coloro ai
quali non si addice il tuo pianto, ti affliggi, eppure sai dire parole
assennate. (Ma) i saggi non si affliggono né per i morti né per quelli che morti non sono.
(12) Né mai c'è stato
tempo in cui io non esistessi, né tu (esistessi) né questi signori di uomini,
né di poi, in appresso, ci sarà tempo in cui noi tutti non saremo (non
esisteremo più, avremo cessato di essere).
(13) L'anima dopo che in questo corpo è stata, (per) la fanciullezza, la
gioventù, la vecchiaia, allora appunto realizza l'assunzione di
un altro corpo. L'uomo, fermo di spirito, non trae da ciò motivo di
smarrimento.
(14) I contatti con
le cose materiali, o figlio di Kuntì, fanno sentire caldo e freddo,
piacere e dolore; vanno e vengono e sono impermanenti. Apprendi a sopportarli,
o Bharata.
(15) L'uomo che questi (contatti) non turbano, o capo di uomini,
l'uomo fermo, che rimane lo stesso nel piacere e nel dolore,
questo si rende adatto all'immortalità.
(16) Di ciò che non esiste non si dà venire all'essere; di ciò che esiste non c'è cessazione dell'essere. La
conseguenza ultima dell'uno e dell'altro punto è stata scorta da quelli che vedono l'essenza della verità.
(17) Sappi dunque che ciò da cui tutto questo (mondo della molteplicità)
si è diffuso, è indistruttibile. Di questo immutabile essere non c'è alcuno che possa causare la distruzione.
(18) Questi corpi
dell'anima eterna (che vi
si diffonde), indistruttibile e incomprensibile, son detti esser tali da avere
una fine. Per questo, combatti, o bharata (Arjuna).
(19) Colui che pensa che sia esso ad uccidere e colui che pensa sia esso ad essere ucciso, sono tutti e due
in errore, (perché) esso non uccide né è ucciso.
(20) Esso non nasce
mai, né mai muore, né, essendo ciò che è venuto ad essere, (di nuovo) cesserà di essere; è
non-nato, eterno, permanente, originario; non è ucciso, quando il corpo è
ucciso.
(21) Colui che sa che esso (il Sé) è indistruttibile ed eterno,
non-generato e immutabile, come può quella persona, o Partha, uccidere o
far uccidere qualcuno?
(22) Come un uomo
smettendo i vestiti usati, ne prende altri nuovi, così proprio l'anima
incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad assumerne altri nuovi.
(23) Le armi non
fendono il Sé, il fuoco non lo brucia; né lo bagnano le acque, né lo dissecca
il vento.
(24) Esso è tale che non lo si può fendere, tale da non poter essere
arso, da non poter essere né bagnato né disseccato. Eterno è, onnipervadente,
immoto ed immobile; esso è sempre identico a sé.
(25) Esso è detto
non-manifesto, impensabile, immutabile. Per tale sapendolo, non deve
affliggerti.
(26) Anche se pensi che esso (il sé) nasca eternamente ed eternamente
muoia, anche allora, o uomo dal braccio possente, non
devi tu trarne motivo d'angoscia.
(27) Dell'uomo che è nato in verità certa è la morte; e certa è la
rinascita per quello che è
morto. Di conseguenza, da ciò che è inevitabile non devi tu trarre motivo d'angoscia.
(28) Gli esseri non
sono manifesti nel principio del loro esistere, sono manifesti nel loro
esistere di mezzo e di bel nuovo non manifesti alla fine del loro esistere, o Bharata.
Quale (motivo di) pianto può essere, quindi, in ciò?
(29) L'uno guarda ad
esso come a qualcosa di meraviglioso; un altro parla di esso come di qualcosa
di meraviglioso; un altro ancora ne sente (parlare) come di qualcosa di
meraviglioso; ma anche
dopo averne udito, non c'è alcuno che l'abbia conosciuto.
(30) L'Anima (il Sé)
(che ha preso sede) nel corpo di ciascuno, o Bharata
è eterna e non può mai essere uccisa. Perciò non devi tu trarre motivo di
ansia per alcuna creatura.
Appello al sentimento del dovere
(31) E poi,
considerando il tuo proprio dovere, non dovresti farti prendere da emozione;
non esiste alcun'altra cosa che per uno Ksatriya valga di piú della
battaglia combattuta secondo il proprio dovere.
(32) Felicemente gli Ksatriya
accolgono una guerra siffatta venuta da sé spontaneamente (quale) porta aperta
del cielo, o Partha.
(33) Ma se tu poi non
vuoi compiere questa lotta secondo giustizia, allora, col metter da parte il
tuo dovere e la tua gloria, commetterai peccato.
(34) Inoltre, gli
uomini parleranno sempre della tua vergogna; e per uno di cui si è sempre avuta
un'alta opinione, il disonore è peggiore della (stessa) morte.
(35) I grandi
guerrieri penseranno che tu
ti sia astenuto dal combattimento per paura; e andrai incontro al disprezzo di
coloro dai quali tu eri pur ora molto stimato.
(36) Molte parole
disonorevoli pronunceranno i tuoi nemici, i quali si faranno beffe del tuo
valore. Che cosa potrebbe essere dunque (per te) piú penoso di questo?
(37) (Delle due
l'una): o ucciso otterrai il cielo o, vincitore, ti godrai (questa) terra;
sorgi, quindi, o figlio di Kuntì, deciso alla battaglia.
(38) Ugualmente
stimando piacere e dolore, vincita e perdita, vittoria e sconfitta apprestati
dunque alla battaglia; non potrai così commettere peccato.
(39) Questa è, (così)
a te trasmessa, la sapienza del samkhya (o secondo ragione). Epperò
ascolta quella (dello Yoga) che ora ti dirò; da una siffatta sapienza se sarai
avvinto, o Partha, potrai sfuggire ai vincoli del karma (alle
conseguenze delle tue opere).
Yoga e mentalità mondana
(40) Qui (in questo
procedere o processo) non c'è cosa alcuna che neutralizzi lo sforzo, non c'è difficoltà (che tenga); anche un minimo di questo giusto procedere (di questo dharma)
salva da grande paura.
(41) In questo
processo l'intelletto risoluto è unico, o gioia dei Kuru; (ma) in verità
dalle molte ramificazioni e senza termini sono gli intelletti di quelli che non hanno fermo lo spirito.
(42-43) I non-esperti
(quelli che non vedono, gli stolti) che si compiacciono dei precetti vedici intesi alla
lettera (delle parole dei Veda), quelli che dicono che non c'è altro, coloro il cui essere è desiderio e che hanno lo spirito fisso al cielo soprattutto,
proclamano per l'appunto queste fiorite parole, le quali concludono al
(concetto della) la rinascita come frutto delle azioni ed implicano molti riti
speciali per ottenere il dominio e il godimento.
(44) L'intelligenza
distinguente di coloro che
sono dediti al dominio e al godimento e le cui menti sono rapite da essi non
può fissarsi decisa nella concentrazione Yogica.
(45) I Veda
riguardano il dominio dei tre guna (delle tre qualità o modi); ma tu
dalle tre qualità diventa libero, o Arjuna; renditi libero dalle coppie
degli opposti, col volere fermo alla somma realtà, senza curarti di acquistare
e conservare, padrone del tuo vero Sé.
(46) In quel modo che (si può dire che vi sia) utilità in una cisterna (situata) in un
luogo che sia da ogni parte inondato dalle acque, in
questo stesso modo (vi può essere utilità) in tutti i Veda per il Brahmano
che è in grado di intendere.
Operare senza interesse per i
risultati
(47) Tu hai un
diritto particolare (o privilegio relativo alla condizione umana) all'azione,
ma in nessun caso un diritto ai suoi frutti; non essere come uno che dipende dal frutto del karma; e non sia in
te neanche attaccamento alcuno alla non-azione.
(48) Ben saldo nello
Yoga, compi le opere tue, o possessore della ricchezza, dopo aver messo da parte l'attaccamento, con la
stessa disposizione d'animo rimanendo, nel successo e nella sconfitta: la mente
in equilibrio (continuo) di indifferenza, ha il nome di yoga.
(49) Di gran lunga
inferiore è il (puro e semplice) agire all'equilibrio dell'intelletto
aggiogato, o possessore della ricchezza; nell'intelletto cerca rifugio; tali da destare
pietà son coloro che vanno alla ricerca del frutto (del loro
agire).
(50) Colui che ha raggiunto l'equilibrio dell'intelligenza
aggiogata elimina anche in
questo mondo tutti e due, il bene e il male. Lotta dunque per (realizzare) lo
yoga; lo yoga è abilità nell'agire.
(51) I saggi che, rinunciando al frutto, prodotto dal loro agire,
realizzano l'unione del loro spirito (con l'essenza divina del mondo), dal
legame delle nascite liberati, raggiungono una condizione stabile (o dimora) al
di là di ogni male.
(52) Allorché il tuo intelletto attraverserà la pienezza della
delusione, allora appunto perverrai al disgusto per ciò che deve essere udito e per ciò che è stato udito.
(53) Allorchè il tuo intelletto, che è disorientato dalla sruti, si ergerà fermo ed
immoto nella somma coscienza, allora appunto raggiungerai lo yoga.
I caratteri del perfetto sapiente
Ariuna disse:
(54) Qual è la
descrizione dell'uomo che
possiede salda questa conoscenza, di colui che è fermo nella meditazione, o Kesava? L'uomo
dal fermo spirito come dovrebbe parlare, come sedere, come camminare?
Il Signore Beato
disse:
(55) Quando uno
espelle tutti i desideri che son
venuti nell'animo suo, o Partha, ed è di sé soddisfatto nell'intimo suo,
allor appunto prende il nome di uomo dalla stabile capacità discriminativa.
(56) Colui che ha l'animo libero da turbamento, pur in mezzo ai
dolori, e va esente da desideri violenti, pur in mezzo ai piaceri, colui che è libero da passione, paura e collera, ha il nome
di uomo di fermo spirito.
(57) Colui che è privo d'affezione sotto ogni aspetto (che non prova attaccamento per cosa alcuna), che a seconda dei casi provando bene o male non gode,
non detesta, di questo (uomo) l'intelletto è saldamente fondato (nella somma
conoscenza).
(58) Allorché uno ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, da ogni
parte, come la tartaruga le membra (nel guscio), di questo (uomo) l'intelletto
è saldamente fondato (nella somma conoscenza).
(59) Gli oggetti
sensibili si ritraggono dall'anima incarnata di colui che si astiene dal fruirne: non così il gusto per essi.
Ma anche il gusto per queste cose dilegua, dopo che si è visto il Supremo.
(60) Anche dell'uomo che lotta (per raggiungere la perfezione) e che ben sa discernere, o figlio di Kuntì, i
sensi distruttori con violenza rapiscono lo spirito.
(61) Ed essi tutti (i
sensi) padroneggiando, nell'equilibrio yogico stia fermo a me devoto (di me
solo occupandosi); poiché è
saldamente fondato nella somma conoscenza l'intelletto di colui sotto il cui
controllo sono i sensi.
(64) Ma un (uomo) che ha lo spirito sottomesso alla regola (vidhi)
e che si muove fra gli oggetti dei sensi, con i
sensi disgiunti da passione e avversione e dipendenti dalla sua volontà,
(questi) raggiunge la purezza dello spirito.
(65) E in (codesta)
purezza di spirito è prodotta, così da appartenergli, la cessazione di tutte le
pene; la capacità discriminatrice dell'uomo dallo spirito puro in breve termine
si stabilisce (nella quiete del sé).
(66) In colui che non ha raggiunto la saldezza del controllo non ci
può essere capacità discriminatrice; né d'altra parte in colui che non ha raggiunto il controllo può darsi il potere
di determinare l'esperienza fenomenica (concentrazione) e in colui che non ha un siffatto potere di concentrazione non c'è
pace e, per colui che pace non ha, come può esserci felicità?
(67) Quello spirito che si conforma ai sensi che perennemente si agitano, quello appunto trae seco
la capacità di distinguere, come il vento (trascina qua e là) la nave
sull'acqua (del mare).
(68) Di conseguenza,
o uomo dal forte braccio, colui i cui sensi siano per ogni verso distolti dagli
oggetti sensibili, di quell'uomo appunto la capacità di distinguere è
saldamente fondata.
(69) In quella che è notte per tutti quanti gli esseri (in essa
appunto) veglia colui che è
padrone di sé; ed è notte per il saggio veggente ciò che per gli (altri) esseri è tempo di veglia (il tempo
in cui gli altri esseri vegliano).
(70) Colui nel quale
tutti i desideri entrano, nello stesso modo in cui le acque entrano nel mare, che, sebbene continuamente ne sia rifornito, rimane
tuttavia esente da movimento, un tale uomo appunto raggiunge la pace, e non già
colui che è preda di tutte le passioni.
(71) L'uomo che allontanando tutti i desideri agisce esente da
desiderio, quegli appunto, distaccato dal proprio ego, senza orgoglio o
egocentrismo, raggiunge la pace.
(72) Questo è lo
stato brahmanico, o Partha: e quando uno l'ha raggiunto non è possibile che (poi) si smarrisca spiritualmente; e in esso
(stato) rimanendo anche
nell'ora della morte, (si) raggiunge il nirvana identico alla realtà
brahmanica.
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Questo è il secondo capitolo che ha per titolo
"Lo Yoga della Conoscenza".
(Samkhya Yoga)
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Capitolo terzo
Il Karma Yoga o la via nell'agire
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Se le cose stanno così, perché operare?
Arjuna disse:
(1) Se l'intendere tu
ritieni che sia superiore all'agire, o Janardana,
perché mai allora vuoi impormi (di compiere
questo) terribile atto, o Kesava?
(2) Con un modo di
esprimerti che è per così dire ambiguo, tu hai l'aria di
portar confusione nel mio intelletto. Dimmi dunque, con definita certezza,
(quale sia) l'unica cosa per mezzo della quale io possa raggiungere il sommo
bene.
Vivere è operare; necessaria
l'indifferenza per il risultato
Il Signore beato
disse:
(3) O (eroe) senza
macchia, un duplice modo di trar conclusioni del
genere in questo mondo è stato dianzi da me indicato, quello che si riferisce alla via della conoscenza, e riguarda
i contemplativi, e quello che si riferisce alla via dell'operare, e riguarda gli
uomini d'azione.
(4) Non con il
tenersi lontano dall'operare, può l'uomo arrivare a conquistare la libertà
dall'agire; e non con la rinuncia al mondo, puramente e semplicemente, può
raggiungere la perfezione.
(5) E in verità
proprio nessuno, nemmeno forse per un istante, può restar senza operare; ogni
atto è qualcosa che si è indotti a compiere, in modo
necessario, dalle qualità che hanno origine nella natura stessa.
(6) Colui che, controllando gli organi dell'agire, di continuo
però pone mente, con il (suo) spirito, agli oggetti dei sensi, costui
dall'animo ambiguo è detto essere uno che agisce in modo menzognero.
(7) Colui invece che, controllando i sensi con la sua mente, o Arjuna,
senza attaccamento intraprende la strada dello Yoga sulla base degli organi
dell'agire, questi (sugli altri) eccelle.
(8) Tu, compi l'opera
che ti è stata affidata, che davvero l'agire meglio è del non agire; perfino
mantenere il tuo corpo non sarebbe possibile senza l'agire.
(9) Escluso l'agire che è in funzione di sacrificio (agire non vincolante
-N.T.), questo mondo qui è vincolato all'azione; e in funzione di ciò appunto
(in funzione sacrificale), o figlio di Kuntì, compi l'opera tua, libero
da attaccamento.
(10) Nei tempi antichi, il Signore delle creature, creando le generazioni
degli uomini insieme con il sacrificio, disse: "Con questo voi procreate e
questa sia per voi la vacca dell'abbondanza che realizzerà i vostri desideri".
(11) Per mezzo di
esso sostentate gli dei ed essi, gli dei, vi sostentino; reciprocamente
sostentandovi, attingerete il sommo Bene.
(12) E gli dei
appunto, sostentati dal sacrificio, a voi daranno le gioie desiderate. Colui che gode di questi doni, senza restituirli ad essi, è
veramente un ladro.
(13) I buoni che mangiano i resti del sacrificio si liberano di
tutti i peccati; ma quei malvagi che mettono a cuocere (il cibo) per se stessi, costoro
veramente mangiano peccato.
(14) Dal cibo le
creature hanno l'esistere; dalla pioggia ha origine il cibo; dal sacrificio la
pioggia ha l'esistere e dall'operare il sacrificio nasce.
(15) Sappi che il karma, l'operare stesso, ha origine in Brahma
e che il Brahma ha origine dall'Assoluto.
Epperò il Brahma, che
tutto compenetra, eternamente si appoggia sul sacrificio.
(16) Colui che non dà il suo aiuto (per girare) in questo mondo la
ruota (del divenire terreno) che così intorno si volge, (è un) mascalzone, uno che cerca il piacere dei sensi (e) vive invano, o Partha.
Sii contento del Sé
(17) Colui però che sia tale da godere solo del Sé, l'uomo che del Sé è contento, che del Sé completamente si soddisfa, (quest'ultimo è
tale che) per lui non esiste cosa che deva essere necessariamente fatta.
(18) Né d'altra parte
ci può essere alcun suo interesse in azione da lui compiuta, in questo mondo,
né, in alcun modo, in azione che egli non abbia compiuta. Né, ancora, in tutti
(questi) esseri può egli trovare in alcun modo protezione per i suoi interessi.
(19) Perciò realizza
sempre senza attaccamento l'atto che deve esser compiuto perché davvero l'uomo, compiendo l'opera senza
attaccamento, attinge la Suprema Realtà.
Siate d'esempio agli altri
(20) Per mezzo delle
opere appunto Janaka e gli altri si trovarono a conseguire la
perfezione; avendo insieme anche lo sguardo alla conservazione del mondo, devi tu
operare.
(21) Qualsiasi cosa
compia un uomo sommo, quella appunto (fanno) anche gli altri uomini; quel modello che egli stabilisce, esso appunto la gente segue.
(22) Non c'è nulla,
affatto, o Partha, nei tre mondi, che io debba fare né alcuna cosa che debba ottenere, che non sia stata da me ottenuta; e però mi trovo nella
condizione di chi è (impegnato) nell'operare (pur senza
essere effettivamente impegnato - N.T.).
(23) Se io non mi
mettessi nella condizione di chi è impegnato sempre infaticabilmente nell'operare,
gli uomini, o Partha, in tutte le guise seguirebbero le mie orme (come
sempre fanno - N.T.).
(24) Sparirebbero
questi mondi, se io non dessi piú luogo a questo mio operare e sarei allora il
creatore del disordine e sarei io stesso a causare la distruzione di queste
creature.
(25) Come gli
ignoranti agiscono nell'attaccamento al loro operare, così appunto gli uomini
istruiti e consapevoli devono agire senza attaccamento, in vista di realizzare
la conservazione del mondo.
(26) Che (colui che sa) non faccia nascere aberrazione mentale negli
spiriti degli ignoranti che
sono attaccati all'operare. Colui che sa deve far compiere tutte le opere, agendo nello
spirito yogico del raggiunto equilibrio.
Il Sé non agisce
(27) Le opere di ogni
genere sono compiute dai modi della natura; (ma) colui che è traviato dal sentimento del proprio ego pensa:
"sono io colui che
fa".
(28) Ma colui che conosce la sostanza delle due distinzioni (del Sé)
dai modi della natura e dall'operare (che ad essi pertiene), o eroe dal braccio possente,
pensando sono i modi ad agire sui modi, non patisce attaccamento.
(29) Coloro che sono fuorviati dai modi naturali patiscono
attaccamento agli atti prodotti dalle qualità naturali stesse. Che nessuno
dotato di scienza completa del tutto, faccia deviare le menti di costoro che hanno una scienza solo parziale.
(30) Abbandonando a
me le opere tue, con la mente fissa al Primo Sé, libero dai desideri, esente da
egoismo, combatti, libero da (codesta tua) febbre.
(31) Quegli uomini che, dotati di fede (e) liberi da sentimenti ostili
(desiderio di discutere), di continuo si adeguano a questo mio insegnamento,
son liberati dalle opere.
(32) Coloro invece che biasimando il mio insegnamento non lo seguono,
questi appunto sappi che
restano smarriti di fronte ad ogni sapienza, perduti e senza (porre) mente a
nulla.
(33) In modo conforme
alla sua propria natura agisce anche l'uomo che ha conoscenza. Gli esseri seguono (in genere) la
loro propria natura. Che cosa mai potrà fare la coercizione?
(34) Attrazione e
ripulsa che nascono da un senso si trovano ad esser
fissati nei riguardi degli oggetti di (quel determinato) senso (cioè:
ogni oggetto sensibile produce naturalmente attrazione o avversione, nel senso che gli si riferisce - N.T.). Sotto il dominio di
queste cose mai venga alcuno, perché rappresentano per lui (gli eterni) due nemici.
(35) è migliore la
legge intrinseca che a ciascuno pertiene, anche se solo inadeguatamente si riesca a praticarla, che non la legge altrui, anche se ben praticata. Migliore è la morte nel
compimento della legge che ci
compete, (perché) (l'attuazione del) la legge altrui porta
con sé pericolo.
Il Nemico è Passione e Iracondia
Arjuna disse:
(36) Ma allora da che cosa aggiogato un uomo commette peccato, anche contro la sua volontà, o Varsneya, come per
forza costretto?
Il Signore beato
disse:
(37) Tale (come tu
dici) è la brama, tale è l'ira, ed esse nascono da quel modo della natura che è il rajas, la passione, che tutto divora, tremendamente peccaminosa. Sappi che questo è, nel nostro mondo qui, il nemico.
(38) Come dal fumo è
coperto il fuoco, come dalla polvere lo specchio, come dall'utero l'embrione, così questo mondo è
ricoperto da quello (dal rajas, dalla passione).
(39) Avviluppata è la
conoscenza da questo eterno nemico del saggio, o figlio di Kuntì, dal
fuoco del desiderio, difficile da soddisfare, che assume forme a suo piacimento.
(40) I sensi, la
mente, la facoltà di distinguere son chiamati il suo seggio; con questi avviluppando la
conoscenza, esso svia l'anima incarnata.
(41) Quindi tu, o
migliore fra i Bharata, dal principio controllando i sensi, uccidi il
maligno distruttore della scienza e della conoscenza distinguente.
(42) Eccellenti sono
i sensi, essi dicono, dei sensi piú grande è la mente, piú grande della mente è
l'intelligenza distintiva, ma piú grande (ancora) dell'intelligenza è Lui (maschile nel testo).
(43) Così essendo
venuto a conoscere colui che è
al di là dell'intelligenza distinguente, rinsaldando il sé (inferiore) per
mezzo del Sé, uccidi, o eroe dal forte braccio, il nemico che ha la forma del desiderio e che è così duro da affrontare.
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Questo è il terzo capitolo che ha per titolo
"Lo Yoga dell'operare".
(KarmaYoga)
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Capitolo quarto
La via della conoscenza
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La tradizione dello Jnana Yoga
Il Signore Beato
disse:
(1) Questo yoga
imperituro io già proclamai a suo tempo a Vivasvan; Vivasvan lo
espose a Manu e Manu lo descrisse a Iksvaku.
(2) Così trasmesso
dall'uno all'altro lo conobbero i reali profeti (finché) quello yoga si perse in questo nostro mondo, per
il gran trascorrer del tempo, o uccisor dei nemici.
(3) Appunto questo
antico yoga ti è stato oggi esposto da me; perché tu sei il mio fedele e il mio amico; questo è
appunto il sommo segreto.
Arjuna disse:
(4) Posteriore è
stata la nascita di (Tua) Vostra Signoria, anteriore invece la nascita di Vivasvan:
in che modo si deve dunque intendere il fatto che Tu al principio gli abbia esposto queste cose?
La Teoria degli Avatara
Il Signore Beato
disse:
(5) Molte sono le mie
vite passate e così anche le
tue, o Arjuna; io, le conosco tutte, ma tu non le conosci, o distruttore
dei nemici.
(6) Sebbene sia
non-nato e sia inalterabile nel Sé, sebbene sia il signore delle creature, pur
essendo saldamente fondato in quella natura che mi è propria, io vengo all'essere (empirico) attraverso
il potere che mi appartiene.
(7) Laddove ha luogo
un declino del giusto, o Bharata, e l'affermarsi dell'ingiustizia,
allora io creo me stesso nella forma dell'incarnazione.
(8) Per la protezione
dei buoni, per la distruzione dei malvagi, per dare stabile fondamento al regno
della giustizia, io vengo nell'esistere di età in età.
(9) Colui che conosce nella loro autentica essenza la mia divina
nascita e il mio operare, non avrà altra nascita, ma a me egli verrà, o Arjuna.
(10) Liberi da
passione, paura ed ira, in me consistenti (fatti di me), in me rifugiati, molti
purificati dalla pratica austera della conoscenza, hanno raggiunto la mia
condizione di essere.
(11) Quando gli
uomini vengono a me, allora appunto io li accolgo; da tutte le parti (seguono il
mio cammino) sulle mie orme insistono gli uomini, o Partha.
(12) Coloro che desiderano la fruizione delle loro opere,
sacrificano in questo mondo agli dei (cioè alle varie forme della divinità -
N.T.), perché rapido (effimero) è in questo mondo umano
il godimento delle conseguenze delle opere.
L'essenzialità dell'assenza del
desiderio nell'opera divina
(13) Il sistema delle
quattro caste fu creato da me secondo la suddivisione delle qualità e delle
opere. Sappi che io, sebbene sia il creatore, sono uno che non agisce e non muta.
L'agire senza attaccamento non
porta alla condizione di vincolo
(14) Le opere non mi
rendono impuro; in me non ha sede desiderio alcuno di frutto; colui che così mi conosce non riceve vincolo dall'operare.
(15) Con questa
consapevolezza si dette luogo all'operare anche da parte degli uomini antichi che anelavano alla liberazione. Per questo compi anche tu l'opera (come) compiuta dagli antichi nei tempi andati.
Agire e non-agire
(16) Che cos'è
l'agire? Che cos'è il non-agire? A questo proposito, anche gli antichi saggi-poeti sono esitanti. Io ti rivelerò che cos'è l'agire, e ciò conoscendo sarai liberato dal
male.
(17) Si deve
intendere che cosa sia l'agire e così anche s'ha da intendere che cosa sia l'agire non-retto e bisogna intendere che cosa sia il non-agire. Estremamente ardua è la
strada dell'agire.
(18) Colui che vede nell'agire il non-agire e l'agire nel
non-agire, quegli è saggio fra gli uomini, quegli è uno che ha realizzato l'unione e che ha portato del tutto a compimento l'opera sua.
(19) Colui le cui
imprese sono tutte esenti dall'atto di volizione che procede dal desiderio, colui le cui opere sono
bruciate al fuoco del conoscere, questo, appunto, i sapienti chiamano un uomo di sapere.
(20) Avendo dismesso
l'attaccamento al frutto dell'operare, sempre soddisfatto, senza doversi
appoggiare ad alcunché,
egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire.
(21) Se non ha
desideri, (se vive) con il controllo del proprio pensiero e del proprio sé, per
esser uno che ha rinunciato ad ogni forma di possesso,
dando luogo ad un agire del tutto limitato alla sfera corporea, non commette
male.
(22) Colui che rimane soddisfatto del guadagno fortuito, che ha superato il regno del due, che è libero da sentimenti ostili, (che è) uguale (a se stesso) nel successo e
nell'insuccesso, anche
agendo, non rimane soggetto a vincoli.
(23) L'operare
dell'uomo il cui attaccamento è scomparso, che ha raggiunto la liberazione, il cui spirito è
saldamente fondato nel conoscere, che opera come per un sacrificio, si dissolve
completamente.
(24) (Per
quest'ultimo) l'atto dell'offrire è Brahma, Brahma è l'offerta
stessa rituale; da Brahma è versata (l'azione che si identifica con il sacrifizio) nel fuoco
sacrificale. Da colui che
realizza Brahma nel suo operare, Dio è ciò che deve esser attinto.
Il sacrificio e il suo valore
simbolico
(25) Alcuni yoginah
offrono il (divino) sacrificio come rivolto agli dei, altri (invece)
offrono il sacrificio per il sacrificio (per mezzo del sacrificio) nel fuoco di
Brahma.
(26) Altri
sacrificano l'udito e gli altri sensi nel molteplice fuoco del controllo di sé;
altri offrono il suono e gli altri oggetti di senso nel fuoco molteplice del
senso.
(27) Altri ancora
offrono tutti gli atti dei loro sensi e gli atti del flusso vitale (prana)
nel fuoco dello yoga dell'autocontrollo, acceso dalla conoscenza.
(28) Altri, in simile
modo, son quelli che offrono sacrifici materiali (oppure) il
sacrificio della loro vita da penitenti (oppure) il sacrificio degli esercizi
yogici; ed altri ancora, asceti che osservano i voti, (son quelli che) offrono in sacrificio i loro studi e la loro
dottrina.
(29) Altri poi
similmente, interamente dediti al controllo del respiro, arrestando i movimenti
di espirazione ed inspirazione, sacrificano il fiato che inspirano in quello che espirano e il fiato che espirano in quello che inspirano.
(30) Altri (poi), che son coloro che limitano il cibo, sacrificano
i flussi vitali
(immergendoli) negli stessi flussi vitali. Tutti costoro nell'insieme sono
quelli che sanno che (cosa) sia il sacrificio, e (sono coloro che) distruggono le impurità per mezzo del sacrificio.
(31) Coloro che mangiano il cibo sacro che resta del sacrificio attingono l'eterno Brahma;
questo mondo non è di colui che non offre alcun sacrificio: come (potrebbe esserlo)
un altro (mondo), o ottimo fra i Kuru (Arjuna)?
(32) Così dunque
varie forme di sacrificio si dispiegano nel volto del Brahman. Sappi che esse tutte nascon dall'operare e, così sapendo,
avrai la liberazione.
Conoscere ed Operare
(33) La conoscenza
come sacrificio è maggiore di ogni sacrificio materiale, o distruttor dei
nemici; ogni opera, senza escluderne alcuna assolutamente, interamente si
risolve nel conoscere.
(34) Impara ciò con
sentimento di sottomissione, formulando questioni e con reverente rispetto. Gli
uomini che sanno e che hanno avuto la conoscenza immediata della verità ti
mostreranno l'oggetto del conoscere.
Elogio del conoscere
(35) E quando tu
avrai conosciuto questo, non cadrai di nuovo, o Pandava, nella confusione
(di prima); per questo mezzo potrai vedere gli esseri tutti senza esclusione,
nel Sé, quindi, in Me.
(36) Anche se tu fossi il piú (grande) peccatore di tutti i
malvagi, potrai passare attraverso ogni peccato e superarlo, con il solo mezzo
della nave del conoscere.
(37) Come il fuoco che arde riduce in cenere ciò che lo alimenta, o Arjuna, così il fuoco del
conoscere riduce in cenere tutte le opere.
(38) Non si conosce
su questa terra mezzo di purificazione che sia pari al sapere; colui che ha raggiunto la perfezione yogica lo trova,
coll'andar del tempo, nel suo proprio sé, come qualcosa che gli appartiene.
La fede è necessaria per il
raggiungimento della conoscenza
(39) Colui che ha fede, che ha ciò (la conoscenza-sapienza) per fine supremo,
colui che ha il controllo dei sensi consegue la
conoscenza-sapienza e, avendo conseguito la conoscenza, ben presto raggiunge la
pace suprema.
(40) Ma colui che è completamente privo di conoscenza, colui che non ha fede, che ha l'animo dubbioso, perisce. Per colui che ha l'animo dubbioso non c'è né questo mondo, né un
altro, non c'è felicità.
(41) Le opere non
vincolano colui che ha rinunciato alle opere attraverso lo
yoga, che ha distrutto i dubbi attraverso la
conoscenza e che ha il dominio di sé, o possessore della ricchezza.
(42) Perciò, dopo
aver tagliato con la spada della conoscenza questo dubbio che ha preso sede nel tuo cuore e che è opera dell'ignoranza, ricorri allo yoga e sorgi,